Ieri e oggi: l'Orso di Segale attraverso gli anni

Una tradizione le cui origini si perdono nel tempo

Il Carnevale alpino di Valdieri e l'Orso di Segale nei primi anni 50 del '900 | Archivio Rita Piacenza

L’Orso di Segale: ieri

Premesso che le origini della maschera dell’Orso di Segale si confondono anche nella memoria dei più anziani abitanti di Valdieri, l’unica cosa certa è che durante il Ventennio anche l’innocuo plantigrade impagliato era caduto vittima delle persecuzioni fasciste: evidentemente considerato un tipo losco, l’Orso, insieme alle altre maschere carnevalesche, era stato messo implacabilmente al bando con un provvedimento della regia questura di Cuneo del 28 gennaio 1931.

Del Carnevale di Valdieri quale doveva essere all’inizio del Novecento, il folclorista Euclide Milano annota sinteticamente:

«Il carnevale a Valdieri era un tempo molto complesso e comprendeva: pubblica gnoccolata - elezione degli Abbà - taglio della testa d’un gallo o di un gatto - testamento del Carnevale - arriva la Quaresima.»


Delle decapitazioni non è rimasta traccia nelle testimonianze orali giunte fino a noi, così come è andata perduta la figura dell’Abbà. Resiste invece la distribuzione tradizionale di gnocchi di patate e rimangono vestigia della fine cruenta del Carnevale, bruciato sotto forma di covone di paglia dopo la fuga dell’Orso vero e proprio, e il personaggio della Quaresima, rappresentata dalla giovane donna che balla con l’Orso e lo ammansisce, ponendo un freno alle sue mattane.

Di sicuro, dell’ultimo Orso postbellico si sa, grazie alla testimonianza di Bernardino Piacenza, detto Din dal Papa (d’altronde chi meglio dell’Orso potrebbe parlare dell’Orso?), che veniva vestito in un luogo appartato. Da lì partiva per le sue scorribande per le vie del paese, incatenato dai domatori e seguito dai perulìer o magnìn, gli stagnini, bambini vestiti di stracci e fuliggine, che facevano un gran baccano con le scaréle (strumenti di legno che producono un rumore secco e sgradevole).
In breve si formava un corteo composto dagli abitanti del paese, dai suonatori (agghindati in modo scherzoso: i più arditi addirittura vestiti da donna) e dai frà, i frati in costume, che declamavano pomposamente le epistole. Queste erano versi in rima nel patois locale, il cui contenuto verteva in modo ironico su fatti che riguardavano le persone più in vista del paese, ma colpivano anche chi sapeva distinguersi per avarizia, arroganza, furberia… Si iniziava a preparare le epistole subito dopo l’Epifania, durante le lunghe vejà, le veglie invernali nelle stalle: «qualche volta andavano giù sul pesante per cui non mancavano i mugugni».

Di casa in casa, un’epistola dopo l’altra, l’Orso incatenato, i domatori, i frà e il rumoroso corteo di questuanti facevano incetta di uova, dolci e al bignéte (golose frittelle di mele).
Talvolta il gioco continuava anche oltre il Carnevale vero e proprio, e i frà andavano a leggere le epistole di stalla in stalla, seguiti dalle fantine, ragazze vestite con costumi vari e mascherate in modo da essere irriconoscibili: scoprire la loro identità era un gioco per gli ospiti della veglia.

Gli scherzi dei frà non risparmiavano nessuno: anche gli abitanti dei paesi vicini erano vittime del loro sarcasmo. Ancora Euclide Milano riporta, tradotti in italiano, alcuni epiteti poco lusinghieri solennemente rivolti dai frà agli abitanti dei dintorni:

«Camuffati da frati eremiti, all’epoca del Carnevale, una comitiva s’aggira per le stalle e le osterie, e due della brigata, scimiottando il canto e le cerimonie del diacono e del suddiacono nella messa solenne, cantano e declamano la Lectio libri epistolarum:

Ho visto Borgo e i suoi avvocati (saccenti)
I folli di Roccavione (gozzuti)
I ladruncoli di Roaschia (pastori ruba erba)
I mangia nodi di Andonno (fabbricanti di tela)
I bugiardi di Valdieri (impostori volubili)
I litiganti di Entracque (attaccabrighe)
I rozzi di Sant’Anna - (grussiers)»


L’Orso emetteva ringhi minacciosi, faceva i dispetti, insolentiva le donne e ne sceglieva infine una per ballare: la bella Quaresima.
Al termine della festa l’Orso di Segale fuggiva, allontanandosi all’orizzonte nonostante gli sforzi e i richiami del domatore: al suo posto iniziava a bruciare su una catasta di legno il cicho, un fantoccio di paglia di segale.

L'Orso di segale è tornato! L'Orso è agile: sa arrampicarsi sugli alberi!
Un momento difficile per l'Orso... Il falò del cicho.
Falò sulla neve, ultime fiamme sul cicho di paglia di segale.


L'Orso di Segale: oggi

Ancora oggi, al mattino della prima domenica di Quaresima (giorno di Carnevale Ambrosiano), sotto i portici del municipio di Valdieri, avviene la gnoccolata, tradizionale distribuzione di gnocchi di patate a cura della Proloco. I valdieresi portano con sé le pentole da riempire e tornano a casa per mangiare; i forestieri, invece, consumano gli gnocchi sul posto.

Al ritorno nella piazza del municipio, durante il pomeriggio, ci sono i suonatori di musica occitana con ghironde e semitoun (organetti) ad accompagnare la folla riunita per festeggiare il Carnevale. Proprio a questo punto fa irruzione l’Orso di Segale, sceso dalla montagna per esibirsi - secondo un copione rimasto invariato - con ruggiti, mattane e dispetti.

Da circa dieci anni a questa parte l’Orso non viene più rivestito con la lunga treccia di segale che si usava una volta, ma indossa un costume su cui la corda di paglia è stata fissata una volta per tutte.
Rispetto a un tempo, molto probabilmente oggi l’Orso è meno sguaiato e più “politicamente corretto”: i suoi scherzi sono diretti soprattutto a far divertire grandi e piccini, i valdieresi e i visitatori che ogni anno arrivano sempre più numerosi.



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