Il Mago Merlino

Gli abitanti di quel ramo della valle del Gesso che chiamasi la Valletta, celebre per le sue terme e pericolosi che le fanno corona, videro un giorno comparire tra loro (e questo avveniva, dal più al meno, un 500 anni fa) un uomo poveramente vestito, con una gran barba e lunghi capelli brizzolati, che portava sulle ricurve spalle una cassetta rivestita di cuoio e lucente d’innumerevoli borchie dorate.

Quell'uomo non era soltanto di passaggio; veniva per prendere stabile dimora nel paese. Lo dichiarò egli stesso a quelle buone comari ed ai loro mariti, che non sapevano capacitarsene, e lo guardavano con malcelata diffidenza e sospetto. Da principio nessuno volle dargli albergo, tanto che il poveretto dovette allogarsi alla meglio in una casaccia abbandonata e quasi scoperta, piena d’ortiche e di pietrame, ove passava le sue giornate come un lupo in tana. Ma quando i vicini l’ebbero conosciuto meglio, scoprendo in lui un uomo di straordinarie attitudini, disposto ad esplicarle a loro vantaggio, la diffidenza diede luogo alla fiducia piena, il sospetto alla più profonda devozione. E l'oscuro pellegrino rimase poi, finché visse, tra l'umile plebe di Valle Gesso, guardato con l'ammirazione con cui si guarda un uomo diverso da tutti gli altri, che, anzi, dell'uomo ha solo l'aspetto esteriore, mentre nel suo intimo, nel cervello soprattutto, è piuttosto un angelo o un demonio: insomma un mago!

Quel forestiero dai capelli lunghi e scomposti e dalla gran barba fluente sul petto, il cui viso raggiava bontà illuminato da due occhi nerissimi che avevano un potere irresistibile, chiamavasi il mago Merlino.

Egli raccontò poi, ai nuovi amici tra i quali aveva deliberato di chiudere la stanca vita, le straordinarie vicissitudini per cui era passato. Ancora fanciullo, tanto che dei suoi genitori serbava un ricordo vago e confuso, vivendo in un paese dell'italica marina, era stato rapito dai predoni arabi e portato come schiavo in Oriente. Per molti anni aveva vagato nelle lontane terre bruciate dal sole, percorrendo vasti deserti al seguito di carovane, lavorando all'ombra dei palmizi, nelle campane di fango o di pietra delle oasi sperdute in quei mari di sabbia; ma più tardi, condotto alle grandi città di Damasco e di Bagdad, aiutato da una ingenita predisposizione allo studio delle scienze occulte, aveva imparato la magia e l'astrologia, lo spiritismo e la negromanzia. E allora, divenuto ricco, s’era comprata la libertà; salito in fama in tutto l'Oriente, aveva frequentato le corti degli eremi e degli sceriffi, dei nababbi e dei raiah, splendide di ori e gemme e vasi e tappeti, odorose d’inebrianti profumi. Persino gli occidentali andavano a cercarlo per averne consulti e ricette e presagi ed elixir di lunga vita, che ritraeva dalla lettura dei libri magici, dallo studio degli astri e dai segreti dell'alchimia.

Ma la nostalgia del suo paese, dove aveva trascorso l'età rosea dell'infanzia sognante, l'aveva poi indotto a tornarsene in Italia, accogliendo l'invito del Duca di Milano Galeazzo Sforza perché si stabilisse alla sua corte. Era così venuto all'ombra del Duomo eccelso, mettendo a servizio del nuovo signore i frutti della sua scienza; e a Milano aveva anche subito – egli che pur sapeva comandare alle stesse potenze infernali – il fascino di due occhi femminei che gli avevano dato l'illusione della felicità. Ma con tutta la sua dottrina profondissima, che gli dava una prescienza meravigliosa, egli non era riuscito a scoprire come quella donna, che perdutamente amava, altro non fosse che un’ignobile ingannatrice. Aveva invece preveduto con matematica esattezza che il Duca Galeazzo, abietto e feroce tiranno, sarebbe morto pugnalato in una chiesa: per il quale pronostico, caduto in disgrazia dall'atterrito signore, ne era stato d'un tratto cacciato via.

Perduta così la protezione degli Sforza, e perduta anche, in quella dolorosa circostanza, l'illusione di essere amato, l'astrologo infelice aveva implorato ospitalità dal virtuoso Duca di Savoia Amedeo IX, che, pur non accogliendolo nella sua corte, gli aveva concesso di stabilirsi nei suoi stati. E l'uomo che aveva visto tanti paesi, che aveva conosciuto la gloria, la ricchezza, il favore dei re, che aveva fatto tremare i potenti leggendone l'avvenire, aveva deliberato di trarre gli ultimi anni dell'esistenza fra i poveri montanari della Valletta, forse più felice in quella solitudine, all'ombra dei castagni, dei faggi e dei larici presso le limpide acque sonanti, che in ogni altro luogo ove aveva fino allora dimorato.

I montanari della Valletta ebbero presto notizia ed esperienza di quanto egli aveva portato con sé nella cassetta rivestita di cuoio e d’auree borchie tempestata. C'erano dei libri aprendo i quali e leggendovi strane parole (Abracadabra aleppe Asteroth abraxas Suleiman botunorum, ecc. ecc.) egli faceva comparire diavoli di tutte le specie a migliaia, capace poi di raccoglierli e chiuderli tutti, grossi com'erano, in una bottiglia... C'era una bacchetta con la quale poteva far volare chicchessia, nel giro di pochi minuti, da Valle Gesso a Roma, a Costantinopoli, a Calcutta, richiamandolo quindi al punto di partenza con la medesima velocità. C'era ancora un certo arnese che si allunga e si accorciava come le corna della lumaca; era lungo più metri, e guardando con esso le stelle – coperto il capo di una mitra a cono e le spalle di un gran mantello rosso a strani disegni – il buon mago scopriva l'avvenire con tutta precisione. E non basta. Là dentro teneva ancora cert’altri arnesi di vetro e di ferro, vuoti dentro e lunghi e gonfi, che metteva sul fuoco; poi, gettandovi dei pezzi di roccia, dei dischi di piombo e di stagno, dello zolfo ed altre polveri, e soffiandovi a gran forza, e pronunciando anche qui parole incomprensibili, ne traeva delle verghe di fulgidissimo oro. E teneva infine molti scartafacci scritti in arabo, turco e indiano che dicevano le virtù delle pietre, degli insetti, delle piante, che davano formule e ricette prodigiose, che svelavano tutti i segreti della natura, sì che leggendo quei fogli (che, del resto, ormai, sapeva a memoria) il mago Merlino era in grado di guarire qualsiasi malattia, eccettuata forse quella dell'amore. Lo provò egli stesso, che nel rifugio della Valletta tornò a provare l'invincibile potere di una donna che amò con rinnovato ardore, e che ebbe questa volta compagna fedele ed amante sincera.

Tra le fresche ombre dell’alpestre recesso romito, nell'umile rozza capanna, arrideva dunque ora all’astrologo sapientissimo la felicità cercate invano fra gli agi e lo sfarzo della vita cortigiana. E tutti gli volevano bene, perché della sua scienza così vasta e profonda era prodigo senza indugio a quanti ne lo richiedevano. Solo si rifiutava di fabbricare dell'oro (lo fece una volta sola per far rimanere tutti a bocca aperta e divertirsi un poco) perché diceva di aver imparato che la ricchezza è veramente la causa delle maggiori sciagure. Ma dalle erbe, dalle radici, dai fiori e dai semi che raccoglieva nei prati, nei fossi, sulle rocce, in riva ai laghi dell’Alpe sovrana, traeva medicamenti che ridonavano la salute a uomini e ad animali; liberava gli ossessi dagli spiriti maligni onde erano invasi, comandando a questi di tornarsene all'inferno; dava gratuitamente preziosi consigli ai padri per l'educazione dei loro figli, le cui inclinazioni più nascoste facilmente scopriva; leggeva, di ciascuno che interrogasse, l'avvenire prossimo e lontano; scacciava i nembi che minacciavano di rovesciare la grandine sui raccolti; fermava le valanghe precipitanti a rovina nei mesi dell'inverno, quando, nelle lunghe veglie, raccontava agli uditori intenti le mille avventure di cui era stato protagonista o spettatore.

Ormai la sua fama s’era tanto diffusa che anche da altre valli i bisognosi di conforto o d'aiuto accorrevano a lui. e nessuno se ne dipartiva senza aver ricevuto una particella di quell'immenso tesoro di sapienza che egli possedeva. Che cordoglio, che commozione si ebbe perciò in tutta la valle quando si seppe che il mago Merlino aveva anch’egli ceduto alla legge comune morendo serenamente nel suo ultimo tranquillo rifugio! Tutti vollero accompagnare la venerata salma al sepolcro: e perché questo si distinguessse da ogni altro, sopra la cassa di odoroso legno d'abete, tumulata presso il torrente a poca distanza dalla sua abitazione, collocarono un enorme masso, che tutt'oggi s’addita come la tomba del mago Merlino.

Chi infatti dalle terme di Valdieri rimonta la Valletta lungo la destra del Gesso, dopo una forra stretta e desolata su cui incombe la gran parete occidentale del poderoso massiccio dell'Argentera, trova un ampio ripiano boscoso ove è facile scorgere la grossa pietra, di forma allungata, sotto la quale dorme l'ultimo sonno l'astrologo insigne, il mago buono e generoso, che portò seco, nella tomba solitaria guardata dalle Alpi giganti, tanta prodigiosa conoscenza di arcani misteri.


Euclide Milano, Nel Regno della fantasia. Leggende della provincia di Cuneo, Torino, Ed. Bocca, 1931.