I tetti in paglia

tetti pratici, ma infiammabili Nel nord Italia, fino agli inizi del 1300, la copertura vegetale degli edifici era la più diffusa non solo in campagna, ma anche nelle città. Torino e Cuneo erano in gran parte costituite da edifici ricoperti di paglia: dai primi decenni del 1300 gli statuti comunali scoraggiarono però dal suo impiego o addirittura lo vietarono a causa degli incendi, frequenti e indomabili. La sostituzione fu lenta, e soprattutto nelle Alpi occidentali, si continuarono a costruire tetti in paglia fino agli anni ‘50 del 1900. Oggi in Piemonte sopravvivono esempi di tetti in paglia nelle valli alpine cuneesi, in Val di Viù e nella bassa Val Sesia.

coprirsi di segale In Valle Gesso veniva impiegata la paglia di segale, sottoprodotto della produzione cerealicola. Era un materiale facile da reperire, economico, isolante e leggero, che permetteva di risparmiare materiale per la struttura portante. Un tetto in paglia ben curato poteva avere una durata di circa quaranta anni.

Un costruttore accorto era in grado di selezionare solo la segale adatta: quella alta, sottile, flessibile, povera di semi e ricca silice, che cresceva sui terreni poveri e mal esposti. Andava tagliata a mano, per conservare la massima lunghezza degli steli, facendo bene attenzione a non spezzarli. Le spighe dovevano poi essere battute con attenzione, in modo da eliminare il rischio che i chicchi di segale facessero venir voglia a qualche piccolo roditore di rosicchiare la copertura.

Selezionata, pulita e raccolta in fasci, la segale veniva infine assicurata all’orditura in legno del tetto. Gli steli che oltrepassavano la linea di colmo venivano ripiegati sulla falda opposta. Sopra al primo strato, veniva steso un secondo strato protettivo di paglia della miglior qualità. L’intera coltre di segale veniva poi bloccata con barre di legno lunghe quanto le falde del tetto. Un ultimo ritocco alle frange sotto alle barre, una leggera compressione con la paletta e un veloce passaggio col rastrello...et voilà, il tetto era pronto. Il risultato finale era una copertura dagli spioventi molto inclinati (45°), perché la neve potesse scivolare via senza gravare sulla struttura portante e la pioggia scorrere senza pericolosi ristagni che avrebbero fatto marcire la paglia.

tetti firmati Ecomuseo Nel 2008, l’Ecomuseo ha fatto ricostruire secondo le antiche tecniche un tetto di segale appena fuori dal paese di Sant’Anna. Ogni anno che passa posa sulla paglia la patina del tempo, ma il tetto ha già resistito coraggiosamente a imponenti nevicate, arsure estive e visitine  di topi affamati...rimarrà ancora a lungo a ricordare ai passanti il tempo in cui la paglia sostituiva la lamiera, in cui i paesi non forzavano il paesaggio ma piuttosto gli somigliavano, perché erano fatti degli stessi materiali, confezionati in modelli capaci di durare e conservarsi perché si trattava di modi assai perfezionati di fare molto con molto poco.

tour dei tetti nel Parco Agli appassionati di tetti in paglia è consigliata la visita di alcune frazioni, dove sopravvivono, abbandonate al tempo e alle intemperie, le vestigia di vecchie coperture. Fra i siti da non perdere, Tetti Bariao e Bartola, posti appena sopra l’abitato di Sant’Anna (Valdieri) e oggetto di un intervento di restauro da parte dell’Ecomuseo della segale, Tetto Virutra nel comune di Roaschia, alcuni tetti delle frazioni di Desertetto e di Esterate (Entracque) e quelli intorno alla borgata di Palanfré (Vernante).

la bioedilizia riscopre la segale Se in Italia e nell’Europa del sud i tetti in paglia stanno scomparendo, i tetti vegetali sono invece ancora ampiamente diffusi e costruiti nell’Europa del nord, in molte aree dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina. Solido, isolante e longevo, il tetto in paglia di segale è stato riscoperto in tempi recenti dalla bioedilizia.